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Comune di Ploaghe - La storia

 

Il più antico popolamento del territorio ploaghese risale al Neolitico Antico (4200-3900 a.C.) ed è testimoniato dal rinvenimento di quattro anelloni litici a Sa Binza Manna località Salvennor, conservati attualmente presso il museo archeologico G. A. Sanna di Sassari. Il Neolitico recente è presente con 48 monumenti, comprendenti 15 necropoli a Domus de Janas (Cantarisone, Monte Cannuja, Monte Pertusu, Iscala de Chessa, Giogante), un Dolmen e tracce di insediamenti di tipo abitativo.

 

La civiltà nuragica è testimoniata da 80 nuraghi, 3 tombe di giganti ed una fonte nuragica. Tra questi in particolar modo meritano di essere visitati i nuraghi Attentu, Don Micheli, Frades Mareos e Santu Ainzu II ( l’unico nuraghe a corridoi in territorio di Ploaghe), le tombe di giganti di Fiorosu, Polcalzos, e la fonte nuragica di Frades Mareos. Nel medioevo il centro era sede della diocesi di Plovake, e compreso nella curatoria di Figulinas faceva parte del giudicato di Torres o Logudoro. Il giudicato di Torres o del Logudoro era posto a settentrione dell’isola. Non sono noti i nomi dei suoi primi giudici, anche se, diversamente da quelli di Calari sembra non avessero alcun nome dinastico da aggiungere a quello personale. Il rennu o logu era diviso in curatorias o partes, distretti amministrativi-giudiziari che in genere coincidevano con i confini territoriali della diocesi.

 

Ogni curatoria comprendeva un insieme di piccole unità insediative periferiche e autonome dette ville o villaggi, sottoposte a un curatore che rivestiva funzioni a carattere fiscale, in questo caso si trattava dell’ armentariu de rennu, e giudiziario, e che generalmente risiedeva nel centro principale del suo territorio ma poteva anche spostarsi per le esigenze del suo mandato. Il villaggio di Ploaghe era compreso nella curatoria di Plovake o Figulinas, di cui facevano parte anche i villaggi di Augustana (villaggio abbandonato in territorio di Ploaghe), Bodos o Bedas, Brave, Cargeghe o Carieke, Contra, Cotronianu josso, Cotronianu susu, Florinas, Irbosa, Muros, Muskianu, Novalia, Putifigari, Saccaria, Salvennor (villaggio abbandonato in territorio di Ploaghe), Seve, Tunobe, Urieke, Vaiolis. All’interno di ogni villaggio, affidato ad un maiore de villa, scelto dal curatore e con funzioni prettamente fiscali, esisteva l’organizzazione della scolca. La scolca, una sorta di milizia locale, nata con un giuramento di mutuo rispetto e di pace, prestato da tutti gli abitanti del villaggio con lo scopo di evitare danneggiamenti e furti all’interno delle proprietà degli aderenti al patto, nel corso del XII secolo passò ad indicare il territorio, e quindi la porzione di giudicato dove gli aderenti stessi vivevano.

 

A capo dell’organizzazione della scolca vi era un maiore de scolca, nominato anch’esso dal curatore e poteva essere lo stesso maiore de villa. Il villaggio di Ploaghe, attestato nei secoli XII-XIII nei condaghi di San Pietro di Silki e in quello di Salvennor, fu possedimento della famiglia ligure dei Malaspina, quando finito il Regno, divenne villa dello Stato signorile malaspiniano e nel 1323, con l’atto di vassallaggio accomendandato, firmato tra il principe Alfonso e i Malaspina, villa del Regno di “Sardegna e Corsica”. In questa occasione la baronia di Osilo fu contesa prima tra i Malaspina e i gli Aragonesi, poi dal 1353, con la guerra ingaggiata da Mariano IV d’Arborea, tra gli arborea e i catalani. Nel 1343 Giovanni Malaspina lasciò la curatoria di Figulinas a Pietro IV d’Aragona. Nel 1364 la villa di Ploaghe, fu occupata dalle truppe giudicali arborensi, e dal 1365 al 1388 appartenne al Regno di Arborea. Sul finire del 1388 passò al Regno di Sardegna e poi nel 1391, con Brancaleone Doria, marito di Eleonora d’Arborea, fece parte integrante del giudicato di Arborea sino al 1420.

 

Con la caduta del Regno di Arborea Ploaghe passò sotto l’orbita del Regno di Sardegna e fu concesso con le ville di Florinas e di Salvennor al nobile Serafino I di Montanans per il suo aiuto nell’assedio di Bonifacio. In quest’occasione, il 16 novembre 1420, nacque la Baronia di Ploaghe (1420-1839). Nel 1500, dopo la morte di Serafino II, figlio di Serafino I, il villaggio divenne di Giovanna di Montanans vedova Castelvì, poi di Gerolamo di Castelvì e infine di Anna Castelvì sposata Cardona. Nel 1565, dopo la devoluzione dal Fisco, il villaggio fu concesso a Gerolamo Cardona; in seguito alla morte di costui si aprì una contesa tra gli Alagòn, i Fabra de Ixar e i Castelvì marchesi di Laconi. Nel 1597 Ploaghe fu riconosciuto ai Castelvì, e nel 1724, dopo essere stato assegnato a Maria Caterina Castelvì vedova Aymerich, passò al marchesato di Laconi. Nel 1859 infine il paese divenne capoluogo di mandamento. Il centro abitato In periodo medioevale, il centro urbano del paese si estendeva sul pendio del colle vulcanico di San Matteo ed i suoi confini erano delimitati dal nurake de Sa Surzaga, ormai scomparso, che sorgeva nella vallata di Zaccaria e del quale ai nostri giorni si possono vedere tracce di fondamenta nella parte attigua al palazzo rettorale; dal nurake de Planu (nuraghe Don Micheli) e dal nurake de Athentu (nuraghe Attentu).

 

La popolazione era accentrata intorno alla chiesa de Sanctu Petru, per la scelta dettata, soprattutto, dalla presenza della Funtana Manna, che, insieme a Funtana Ena e Domus Maiore, consentiva la provvigione idrica del villaggio. Le case degli abitanti del villaggio si distinguevano dalla chiesa oltre che per le caratteristiche architettoniche, proprie di un edificio religioso, per le modalità di costruzione. In effetti, la costruzione delle case avveniva con pietre non squadrate legate con fango e paglia. Esistevano, infatti, i maistros de ludu, muratori esperti nella costruzione di abitazioni con pietra e fango. Dal villaggio dipendeva una distesa di territorio chiamato fundamentu che si divideva in paberile, dove si trovavano le terre comuni sfruttate collettivamente dagli abitanti del centro, e in vasti latifondi. Il territorio del villaggio comprendeva anche delle proprietà private: la domo e la domestia. La domo era un agglomerato di case rurali da cui dipendevano porzioni di terre messe a coltura di cereali, frutteti, vigneti, canneti o adibite a pascolo (saltus). Il saltu comprendeva le terre delle zone boschive montuose destinate all’allevamento brado degli animali ed alla raccolta spontanea di frutti e legna. Predominavano i cespugli e la quercia. Alcune volte i saltus, in parte, venivano disboscati e messi a coltura; altre volte, chiusi con recinti, costituivano i masonius o curtes, piccole unità insediative occupate da servi, che vivevano in modeste abitazioni costruite con frasche, e che praticavano attività agricole e pastorali, generalmente rappresentate, queste ultime, dalla cura del bestiame e dalla lavorazione del latte.

 

L’attività produttiva, pertanto, mirava a soddisfare i bisogni primari ed elementari della vita. La terra, sollecitata a dare la maggior parte dei prodotti di cui il villaggio aveva bisogno, era lavorata con scarso aiuto del bestiame e con attrezzatura tecnica molto primitiva. La domestia era un centro fondiario più piccolo costituito esclusivamente da terreni coltivati a cereali. Generalmente, le terre recintate si chiamavano cuniados, ed erano quelle adibite alla coltivazione di frutteti, vigneti ed oliveti con prevalenza di alberi da fico, di noce, di melo e di cedro. Le terre aperte, invece, erano coltivate a cereali, orzo, grano, ed erano terre de agrile o aradorias se sfruttate con sistema della rotazione (un anno a maggese ed un anno a coltura), e terre semidas se adibite a tutti i tipi di coltivazione. Dal centro abitato si diramavano cinque strade: bia de Plovake a Anglona, bia de Plovake a Agustana, bia de Plovake a Salvennor, bia de Plovake a Gisarclu e a Ardar, bia de Plovake a Thatari. In epoca moderna il nucleo abitativo appare insediato intorno alle chiese di San Matteo, di San Valentino, di San Timoteo.

 

Le notizie sull’abitato del paese iniziano ad apparire nel corso dei secoli XVII-XIX. Veniamo così a conoscenza che il villaggio era diviso in Chirrios o Contradas e che l’identificazione delle case veniva indicata dai sos bighinados e dai sas carrelas. Non esistevano vie con il numero civico, ma la residenza si identificava con in carrela de…, su de…, a costazu de… . I Chirrios erano rioni che prendevano la denominazione dalle chiese che si trovavano al loro interno o, in mancanza di queste, dal punto geografico di localizzazione del villaggio (Altu, de Giosso). I principali Chirrios erano : Chirriu Altu, Chirriu de Giosso, Chirrios de Crastos de Sardinia, Chirriu de Crastos de Sardinia, Chirriu de Santu Matteu, Chirriu de Santu Valentinu, Chirriu de Santu Timidei, Chirriu de Santa Rughe, Chirriu de Cuvventu.